La prima cosa che salta alla mente ascoltando i Jocelyn Pulsar è: “Ma quanto suona bene, quella chitarra?”. O, almeno, è ciò che è
capitato a me: stando a pochi metri dal palco, ho potuto apprezzare quel timbro
quasi lo-fi che fa tanto anni ’90. Eppure ai Jocelyn Pulsar non si può certo
applicare un’etichetta di semplice “revival”: sono pienamente calati
nell’attualità, e i testi ne sono la conferma. Molteplici le citazioni alle
piccole rivoluzioni telematiche occorse negli ultimi anni, elemento che contribuisce
a rendere possibile immedesimarsi nelle piccole storie quotidiane narrate con
una delicata (e anche malinconica) ironia. Ecco, forse è proprio l’aggettivo
“delicata” quello che si potrebbe attribuire alla loro proposta musicale: è
stato così anche per la serata, che aveva un’atmosfera quasi “intimista”. Una
piacevole sorpresa, senza dubbio.
Ad aprire la serata, gli Irene a New
York: decisamente diverso il loro sound, più votato alla new-wave e
all’elettronica. Ma di certo non hanno stonato con la serata, visto che anche
per loro vale lo stesso discorso dei testi ironici e con ampi riferimenti
all’attualità.
Quante volte in giro si sente:" ma qui non si fa mai un cazzo, non c'è mai niente di bello".
In Terra di Lavoro c'è una generazione di annoiati e critici musicali della domenica: stanchi di ritrovarci sempre negli stessi posti,sempre pronti a lamentarci della routine del weekend casertano.
Durante il solito tour "alcolico" tra un cicchetto da "Zì Andrè" e una Peroni Gran Riserva (un modo elegante per farti spendere 4 euro per una Peroni) fuori la flora chiacchieriamo sempre delle solite cose: di musica, di arte di serate e di quanto sia monotono vivere a Caserta e provincia. Tutti colti e buon'intenditori inappagati. Ci viene sempre facile parlare male e non essere soddisfatti della scena musicale casertana: i mille paragoni con altre città, i vari "uff che palle... solo cover band!". Ma alla fine ci si ritrova sempre negli stessi locali in un fine settimana uguale al precedente, difronte ad una delle mille tribute band di artisti pop italiani. Purtroppo la cultura del fare i critici musicali e non spostarsi da casa qui è dilagante, perché se cerchi bene le serate con musica di qualità ci sono, ma sono sempre più di nicchia e la loro visibilità viene spesso messa in ombra dalle "grandi serate" con i soliti artisti.
E' un dato di fatto che nella città della Reggia la gente si sposta sempre e solo per i soliti artisti, la ricerca del nuovo di qualità è quasi inesistente, gli artisti che si fanno apprezzare in giro per l'Italia qui spesso vengono snobbati, ma "l'usato garantito" è sempre in, anche dopo anni e anni e decine di concerti.
Qui oltre che a pubblicare i Radiohead sulla bacheca e le foto dei bicchieri di vino su Instagram si fa poco per migliorare l'ambiente, anche se pochi i posti e le persone che spingono musica nuova e di qualità ci sono.
Radical chic e intellettuali da tastiera,che sia il caso di passare dal digitale di casa all'analogico del volante e del pedale dell'acceleratore?
Vi aspettiamo,muovetevi un po'...
L'aria fa bene al cervello...
In una tranquilla scuola elementare nella nevosa
Montreal una maestra si suicida. Lo fa in classe, sapendo di essere
vista dai suoi alunni, in primis dal suo alunno più tormentato. Perché
lo ha fatto? Come reagire a quello che viene percepito come assurdo,
ingiusto?
Si sa, il lutto obbliga a dire, ogni mese escono
film e libri che cavalcano questi dolori immotivati per poterne ottenere
un facile effetto sul pubblico, tranquillo nel ritenere che certe cose
succedono solo agli altri, in attesa del finale strappalacrime. Questo
film mostra come viene vissuta la tragedia dai bambini della classe
della maestra, focalizzandosi su due di loro. Si presenta, come
supplente, un immigrato algerino in fuga dalla sua terra, in attesa
della cittadinanza canadese. Nonostante l’imput della scuola sia quello
di rimuovere ipocritamente ogni ricordo della tragedia, Monsieur Lazhar
prova ad affrontare, coi suoi alunni, questo ricordo. Ha anche lui
qualcosa da superare, e il suo è un atteggiamento non paternalistico, ma
da vittima a vittima. Paradigmatico è il suo impegno a svolgere i
compiti che assegna e ad accettare il giudizio della classe. Insegna e
nello stesso tempo impara che per avere risposte è necessario porsi
domande, che i sentimenti devono essere vissuti e non affrontati come
fossero patologie, che i fatti accadono anche se si tengono chiusi gli
occhi, che il dolore non è un incidente di percorso, che la morte non si
cancella dipingendo le pareti e organizzando festicciole. Nel cercare
di evitare patetismi, il film si sofferma sui dettagli, sul non-detto.
Il suicidio di una donna non può essere spiegato, non c’è nulla da dire.
Restano i vivi, e davvero il maestro, e i due bambini protagonisti,
vivono un percorso di cambiamento, che li lega al di là delle
separazioni. Il maestro ama raccontare una favola su una crisalide che
vuol diventare farfalla: riuscirà mai a diventarlo? Alla mia sinistra
c’era una tenera coppia, lei gli baciava le mani, abbandonandosi a lui.
Aveva la stessa montatura degli occhiali, gli stessi lunghi capelli
lisci castani, gli stessi abiti beige di un’altra persona, un fallimento
personale. Credere fosse lei ha distratto dai lancinanti attimi finali
del film, e ricordato che qualunque sia la portata di un film, c’è
sempre la vita, quella vera.
“Mi ricordo la barzelletta
dei due matti che scappano dal manicomio, il manicomio protetto da
cento cancelli. Saltano il primo, il secondo, il terzo, corrono,
corrono... Al novantanovesimo dicono: «Basta, siamo stanchi, torniamo
indietro, sarà per la prossima volta»”.
C’è
tutta l’amara ironia, tipica dei suoi monologhi, in questa storiella in
fuori campo che apre il film diretto e interpretato da Ascanio
Celestini. Il suo personaggio da trent’anni vive in manicomio, ma non
c’è entrato da matto. Il suo unico impegno è quello di accompagnare la
suora al supermercato, e la sua unica compagnia Nicola, con cui conta i
peti continui della suora, e che gli confida le sue ossessioni sessuali
sulle “donne che leccano gli uomini nudi”. E c’è un passato che non
passa mai, a cui ritornare sempre con la memoria, a partire dalla nonna
che portava a tutti le uova fresche “appena uscite dal culo della
gallina”, e tutto quello che l’ha portato lì, in questo luogo dove “il
disordine del cervello si cura con l’ordine dell’istituto”, a detta
delle infermiere, entusiaste della nuova tecnica dei favolosi anni ’60
per curare i matti, l’elettroshock. Ora è matto perché non ha speranza,
la speranza di essere qualche altra cosa. E’ sempre stato chiuso da
qualche parte. Tutto il suo percorso è un tentativo di uscire dalle
sabbie mobili della famiglia e dell’istituto. Con un forte uso della
voce fuori campo, in un continuo andirivieni di passato e presente, si
svela la figura del matto, che voleva solo “essere Tarzan, che sa
quattro parole e ama Jane”, essere Tarzan per conquistare Marinella, che
è bellissima, e che ora rivede nel supermercato, e chissà se troverà le
parole giuste per conquistarla, se il passato si può recuperare. E
chissà se riuscirà a scavalcare l’ultimo cancello, per camminare nei
verdi prati, perché, come dice un altro matto, inebetito sulla sedia,
“Come è possibile, mi domando a volte, camminare sui prati verdi e
avere l'animo triste?
Essere immersi nel caldo del sole, mentre tutto
d'intorno sorride... e avere
l'angoscia nel cuore?
Diretto dall’argentino Sebastián Borensztein, e tradotto in italiano in COSA PIOVE DAL CIELO, è vincitore del Festival di Roma 2011.
Il preludio è ambientato in Cina. Una coppia di innamorati trascorre un piacevole pomeriggio in una piccola barca sul lago. Mentre lui si appresta a donarle l’anello di fidanzamento, una mucca piove dal cielo uccidendo la donna. È l’irrompere dell’assurdo, del non-senso. Lo diceva bene David Foster Wallace, “succedono cose davvero terribili. L'esistenza e la vita spezzano continuamente le persone in tutti i cazzo di modi possibili e immaginabili”. Questo avviene anche in Argentina, dove si svolge il resto della storia. Vittima dell’assurdo è Roberto, proprietario di un negozio di ferramenta a Buenos Aires. Di lui non si sa nulla, vengono solo mostrati gli effetti della sua immeritata solitudine. Va a dormire ogni sera alle 23( attende ossessivamente lo scoccare di quell’ora per spegnere le luci), conta le viti che ha richiesto al suo fornitore una per una, esasperandosi nel trovarne sempre in numero inferiore, non accoglie l’amore di una donna pazzamente innamorata di lui, una felliniana Muriel Santa Ana. Come molte persone sole, è burbero e metodico, e colleziona articoli di giornali di tutto il mondo che raccontano di notizie assurde. Dal mondo da cui lui si ritrae però piove dal cielouno sconosciuto cinese, che solo gli spettatori sanno essere la sfortunata vittima del preludio, arrivato in Argentina per ritrovare lo zio. Roberto lo accoglie in casa, ma la goffaggine dell’ospite, e l’impossibilità di comunicazione rendono impossibile la convivenza. Comincia qui il percorso di queste due solitudini che dà al film il sapore di una favola. È un percorso che porterà Roberto, ben interpretato da Ricardo Darìn, indimenticato protagonista de “Il segreto dei suoi occhi”,a fare i conti col suo passato, in una sorta di film di formazione. Per quanto il finale lasci a desiderare, i personaggi restano ben impressi, e per quanto surreale, ogni cosa è davvero illuminata dallo scorrere delle scene. A chi trova questo film superficiale, va detto che se il cinema è darsi una seconda possibilità, se è immaginare di vivere ciò che non è possibile avvenga nella realtà, questo è un film riuscito.
Prima del live dei Boxerin Club li abbiamo raggiunti e abbiamo fatto loro qualche domanda riguardo il loro progetto.
Salve ragazzi, diteci un po’ come sono nati i Boxerin Club, parlateci di voi, cosa vi piace, a cosa vi ispirate.
I boxerin club nascono con un’altra formazione 3 anni fa che non comprendeva Gabriele che è il nostro attuale chitarrista che è subentrato 3 anni fa. Abbiamo fatto una demo molto alla buona appena è arrivato lui. Dopo abbiamo fatto un ep che si chiama Tick Tock (Here it comes) (potete scaricarlo qui in free downloadhttp://boxerinclub.bandcamp.com/ ndr) con questa neonata etichetta di Roma che si chiama Bomba Dischi. Abbiamo finito in questi giorni, a sei\sette mesi dall’uscita, la prima mandata di copie ed è andato veramente bene.
I nostri modelli sono molto eterogenei, i beatles e la musica pop. Ultimamente ascoltiamo molta musica latinoamericana, molta word music , cantautori come Gilberto Gil o Paul Simon. Ci piace anche molto il folk dei Grizzly Bears e i Fleet Floxes.
Avete nominato Bomba Dischi, la vostra etichetta, come si sta con un’etichetta così giovane, guidata da giovanissimi?
Bomba è una bomba, Davide è una persona molto attiva, il fatto che ci sia poca differenza d’età , ci mette a nostro agio e ci permette di poter dire molto liberamente le cose che pensiamo e riteniamo opportune. È importante anche nello scenario che c’è a Roma, dove convivono tantissime etichette indie ,come 42 Records, che trovano pane per i loro denti e si sa che quando vi è concorrenza c’è maggiore cura per il prodotto finale…
Mi parlate di Roma, come la vivete la “scena romana” e più in generale quella italiana?
A Roma vi è una scena molto underground ma è molto viva. Esistono parecchi gruppi validi. Non ci aspettavamo di trovare un ambiente così in fermento. Certo fa piacere per certi versi però forse il territorio e il pubblico romano, ma in generale italiano, non è preparato per una presenza così massiva di gruppi e si corre quindi il rischio che si crei un enorme calderone e capita che proposte valide si perdano in questa “selva” di gruppi.
In conclusione quindi bisogna essere sempre molto attivi e molto attenti… Come continueranno i Boxerin Club, dove li vedremo?
Guarda, nell’immediato, puntiamo fare un disco il prima possibile, stiamo scrivendo parecchi pezzi nuovi che di sicuro finiranno nel disco, di cui non sappiamo ancora granchè. Comunque cerchiamo di non rimanere fermi, cercheremo di migliorare il nostro sound. Avremmo, inoltre, in mente di far uscire un nuovo ep in acustico a breve, l’album vero uscirà penso dopo la prossima estate.
Il nostro obbiettivo finale, il nostro sogno è quello di riuscire arrivare all’estero ed è anche il motivo per il quale cantiamo in inglese, in ogni caso la scena in Italia è piuttosto prolifica e perciò è un bene poter partire da qui. All’estero sono molto più avanti di noi ma puntiamo lì e cerchiamo di crescere in quel senso.
Bene ragazzi, grazie mille, in bocca al lupo per il live e tutto il resto, un grosso augurio da Terapia Infettiva.
Grazie a voi che siete dei ragazzi giovanissimi e incredibilmente impegnati, in bocca al lupo per le vostre attività.
Nuovo mese nuovi eventi!
Il mese di Novembre porterà allo Csoa Spartaco 2 serate dedicate alla rap music targate Terapia Infettiva!
-SABATO 17 NOVEMBRE:
"Perchè Caserta CE(Live+Battle di freestyle)"
#Line up:
-Affiliati
-Animali senza razza
#Presentazione del progetto "Perchè Caserta CE"con:
-Animali senza razza
-Affiliati
-Big V
-Dj Murano
-EgoP
-Joker-P(Dirty Filter Crew)
-Nemiz
-Paxli
-Stekka
#Ai piatti:
-Dj Geso
#Battle di freestyle:
AL VINCITORE,OLTRE AL PREMIO IN DENARO SARA' DATA LA POSSIBILITA' DI ESIBIRSI ALLA SERATA DEL 23NOVEMBRE CON OSPITE NTO'
Iscrizione battle:3€
Comincia da oggi una rubrica dedicata al cinema. Non necessariamente si recensiranno ultime uscite. Si eviteranno giudizi superlativi, da fan invasati, o dispregiativi, per il puro gusto mediocre di stroncare il lavoro altrui. Si cercherà di salvare le immagini che meritano di essere illuminate, o scovare i banali trucchetti a cui spesso si affida il cinema.
LA SORGENTE DELL’AMORE. Una donna, pur tra mille dolori, partorisce: negli stessi attimi, un’altra perde il bambino, cadendo nel portare l’acqua dalla sorgente. Si apre con uno splendido parallelismo l’ultimo film di Mihaleanu, celebre per il notevole “Train de vie”. Per quanto attesa e festeggiata con balli e danze,la nascita di un bambino è però pura routine, unico scopo delle donne sottomesse a mariti nullafacenti. La morte di un bambino è ciò che più le accomuna, rassegnate a perderne molti nel corso delle loro vite e ad essere poi tacciate come sterili. La protagonista, l’ultima donna vittima di questa scia infinita, proverà a convincere le altre donne ad uno sciopero del sesso. Solo così, pensa, gli uomini saranno costretti ad aiutarle nel prendere l’acqua dalla sorgente, in un percorso ripidissimo, ed a rispettarle come donne. Il film si sviluppa come una favola, risolvendosi però in un finale irrisolto. Come nelle favole, i personaggi sono privi di sfaccettature. C’è infatti la coraggiosa vecchia del villaggio, che aiuta la protagonista nella sua lotta, c’è il saggio imam, che illuminerà gli altri sulla indiscutibile bontà della religione, e c’è il marito della donna, bel professore idealista senza macchia. Non essendoci dialoghi rivelatori, del tutto annacquati dall’infinita fede in Allah e dalle telenovelas messicane( come ben mostra una scena-chiave), lo sviluppo delle vicende e dei personaggi è tutto affidato a segni, simboli ormai abusati, come la sete di conoscenza improvvisamente apparsa nel leggere qualche paginetta delle Mille e una notte, e la sete d’amore identificata nello sgorgare della sorgente.
Prima del live di unòrsominòre. del 2 novembre abbiamo avuto modo di incontrare Emiliano Merlin, unòrsominòre appunto, e fargli qualche domanda su di lui e sul suo progetto.
Allora Emiliano parlaci un po’ di unorsominore come è nato, cosa ti piace, cosa ti ispiri e perché no anche a cosa aspiri…
Unorsominore è nato a fine 2005 dopo lo scioglimento del mio gruppo precedente i Lecrevisse. C’ho messo un annetto più o meno a finire di scrivere le canzoni del primo disco. Le ho completate registrate ed è uscito un disco che forse non era necessario. Riguardo alle mie ambizioni ,quando ero più giovane i miei punti di arrivo potevano essere gli Afterhours, i Marlene kuntz, ma questa è una cosa divenuta davvero impensabile, facendo una proposta incazzata e molto rigorosa, i tempi sono davvero cambiati… Mi sono trovato intorno ai 30 anni, con i problemi di un 30enne a chiedermi che senso avesse spendere tempo e denaro per fare musica di cui nessuno aveva bisogno. E sono giunto alla conclusione che ha senso solo hai qualcosa da dire di urgente e di cui non puoi fare a meno. E questo è stato per me “La vita agra”. Mi chiedevo se continuare e come e sono giunto alla conclusione che dovevo fare un disco in cui dico esattamente quello che penso.
Dici che il tuo primo disco non era necessario, non ti rispecchia? Non parla di te?
Il problema non se parla di me o meno, come ne’ “La vita agra”, in quel disco dicevo le cose che penso, ma mi limitavo a dire cose emotive, intimistiche, sulla mia personalità, era molto sentito, però era molto personale, seguiva quel filone che trova in Paolo Benvegnù la sua massima espressione. Filone nel quale se sei bravo ha un senso se non sei bravo non ha tanto senso. Mentre la vita agra è più necessario, avevo delle cose da dire.
Quali sono le cose che sei riuscito a dire ne’”La vita agra”, quelle cose che lo rendono, per usare le tue parole, un disco più “necessario”?
Io son sempre stato molto incazzato e attivo politicamente e socialmente e ho deciso di mettere in musica questa cosa. Quando scrivevo il disco ero incazzato perché nessuno parlava della situazione italiana, quando è uscito, un anno dopo c’era già qualcuno che trattava temi politici o sociali, vedi i Ministri, Zen Circus, adesso lo fanno tutti e vai di moda se fai un disco di un certo tipo.
Parli di moda, di tendenza, possiamo dire che l’Italia è un po’ vittima di ciò che è “trendy” e anche la scena musicale indie non fa eccezione…
Purtroppo la scena italiana è quella nella quale si cavalca un trend, si fa si che anche la protesta sociale sia un trend da cavalcare e resta il discorso, che sono stanco di ripetere, che la musica indie italiana è fatta di circuiti chiusi, di conoscenze, anche qui il merito non viene premiato e vi è solo il favore per il favore.
Però Pezzali, il tuo ultimo pezzo ha avuto un discreto successo, quindi non si vive solo di conoscenze e trend…
Pezzali è un abbassamento della guardia, è un filino più ammiccante delle canzoni precedenti, è un pezzo scritto di getto, che trova delle buone intuizioni nelle liriche ma è sicuramente minore rispetto ai brani della vita agra che sono, secondo i miei canoni, cesellati alla perfezione, musicalmente è una canzoncina e a dimostrazione che il discorso dei trend non è campato per aria è il pezzo che avuto più successo. Ci chiediamo io e Fabio de Min, il mio produttore, come sarebbe andato il pezzo se non l’avessimo chiamato Pezzali.
Dove sta andando ora unòrsominòre? Quali sono i suoi progetti?
Questo è un momento di riflessione, non ho un’idea precisa su come continuare, c’è qualcosa ma è ancora molto vaga, quindi al momento non ho una prospettiva chiara, quello che so è che farò un disco solo se avrò il bisogno di dire qualcosa, qualcosa che valga la pena di dire. Non sono più un ragazzino e non mi diverto a suonare per il gusto di farlo, o meglio mi diverto, ma posso farlo anche in sala prove.
Grazie mille Emiliano, un ringraziamento a nome di Terapia Infettiva…
Grazie a voi e un augurio a questo collettivo, perché siete giovanissimi e quando vedo ragazzi così giovani darsi da fare in questo modo, penso che ci sia ancora speranza per il paese.
Ho deciso di scrivere questo reportage dopo aver atteso che
arrivasse anche la seconda serata targata “Terapia Infettiva”. Un’attesa
decisamente impaziente, dato il grande successo della prima . Ma andiamo con
ordine.
Venerdì scorso è spettato al veronese Emiliano Merlin, in
arte “unòrsominòre.” (punto compreso), aprire la rassegna musicale. Non potevamo chiedere un’inaugurazione
migliore: con la sola voce e chitarra (e con l’aiuto di qualche
effettistica),il signor unòrsominòre.è riuscito ad
emozionare e a stregare il pubblico, che di certo non èrimasto indifferente di fronte alle parole
dense di significato e mai banali del giovane cantautore. Uno dei suoi pregi è
proprio l’essere riuscito a coniugare “testi impegnati” a un arrangiamento
curatissimo. E, a proposito della prima caratteristica, non è mancata una certa
vena polemica nei confronti di alcuni musicisti italiani rei di aver fatto del
disimpegno la loro cifra stilistica, preferendo essere accattivanti piuttosto
che impegnati.Pregevole anche la scelta
delle cover eseguite dal vivo: brani di Fossati, Gaber, Dalla e persino “Working Class Hero” di John Lennon.
La parola d’ordine per la serata di lunedì è stata invece
“allegria travolgente”: quella che i Boxerin Club sono riusciti a
diffondere dal palco, facendo ballare tutto il pubblico presente. I quattro
ragazzi romani sono davvero molto affiatati fra loro, e ciò emerge anche dai
loro pezzi: il loro è un sound molto curato, soprattutto per ciò che concerne
le parti ritmiche. Molto spesso il batterista veniva “aiutato” dagli altri tre
membri, che smettevano momentaneamente di suonare i loro strumenti per poter
pescare dal loro arsenale di strumenti a percussione maracas, cabasa,
tamburelli, woodblock, o suonare persino bottiglie di birra. Per il gran
finale, l’arsenale è stato distribuito fra il pubblico, che ha aiutato a
chiudere con il massimo coinvolgimento la loro divertitissima e divertentissima
esibizione.
Assolutamente meritevoli anche le band di apertura per le
due serate: rispettivamente, i The
Fabbrica 2.0 e i Flux Refrain. In
sintonia con quel che veniva proposto nelle due serate, i primi hanno dato un
taglio cantautorale alla serata di venerdì, e i secondi hanno dato un
bell’assaggio di “muro sonoro”.
Anche durante la stesura di questo piccolo reportage, è
risultata evidente la differenza di “proposte” fra le due serate. Volendo
volutamente esagerare, nel giro di quattro giorni sul palco dello Spartaco si
sono alternati due modi molto diversi di concepire e fare musica. Chi era
presente alla serata di unòrsominòre.
ha potuto sentire lo stesso musicista polemizzare contro un certo tipo di
musica spensierata e, a suo dire, volta quasi esclusivamente al desiderio di
accattivare gli ascoltatori (per saperne di più, vi consigliamo di ascoltare il
suo disco). Molto spesso, ad esempio, mi è capitato di sentire o leggere
opinioni molto critiche nei confronti di musicisti che decidono di parlare di
politica nei loro testi. “Musica e politica dovrebbero essere due cose
diverse”, questa una sintesi della lamentela. Memori dell’insegnamento di Jerry Polemica
(se non lo conoscete, shame on you!),
vi proponiamo dunque delle fastidiose domande: quanto è radicale il vostro modo
di intendere la musica? Ammesso che abbia senso porre in questi termini la questione, cercate più la forma o il contenuto? Tradotto: vi fa
storcere il naso quel che viene definita “musica impegnata” o considerate quasi
un dovere morale dei musicisti il contribuire a discutere di temi importanti,
lanciare messaggi politici (nell’accezione pura del termine) efare informazione?
E l'insonnia da giovedì notte é una brutta cosa; é l'insonnia del pre-weekend, quindi l'insonnia fatta di attesa e di stanchezza, di noia e felicità. Domani sarà Venerdí, e Dio solo sá quanto lo aspettiamo questo Venerdí. Messaggero di speranza e novità, il vento che sbatte sui muri lí fuori é compagno fedele; spazza via la settimana di corsi all'università e apre le porte alla felicitá del finesettimana.
Si, vabbé, ma non si dorme; e domani mattina ci si deve comunque svegliare.
Giusta osservazione: dopotutto anche il Venerdí é un working day. Lo studente si deve comunque alzare, l'impiegato sarà già bell'incravattato alle 8; insomma, tanto rumore per nulla.
Il venerdì é comunque un giorno come gli altri; al massimo di diverso ci stanno quelle due orette nel tardo pomeriggio, che accendi il pc e cerchi eventi per la serata, contatti gli amici su Whatsapp, ci scappa la telefonatina alla tipa che frequenti(o vorresti frequentare, ma nun te se fila de striscio). Stop, finisce lí.
Ma no. Il giovedì insonne é comunque il giovedì d'attesa. É quasi finita. Ne usciremo tutti insieme, basta un ultimo sforzo e poi potremmo tutti tornare a vestire i panni dell'hipster nel weekend.
Che poi il vero hipster lo scovi il martedì, o il lunedì. Il vero Hipster il venerdì sera é "Cineforum".
Quelli con le felpe strane, con gli slim, o quelle coi vestitini, gli occhiali da sole alle 10 di sera( con le giornate che s'accorciano nun se po capí); beh Sí, quelli, quelli so finti.
So costruiti, a tavolino.
Pensano al loro outfit tutta la settimana. Magari anche il giovedì notte; e poi li vedi, barbuti e con le frangette alla Anna Frank, maschi e femmine indistintamente, in un turbinio di tendenze anacronistiche, come futuristi del ventennio, ma senza geometria. Anacoluti esistenziali.
Giretto fuori la Salumeria, poi passeggiatina in centro; Caserta invoca Gioventú ed eccola accontentata. Precariato sociale, da birra in bicchiere d'asporto, e sinfonie di tacchi e borchie.Ah, i bei tempi delle serate il Venerdí al Mono. Il Voyerismo di via Majelli ed i vecchi reduci dalle cene al vicolo cieco, dalle riunioni del PD, e dalle imbucate in solitaria. Ora non c'é più niente. S'é persa la poesia, s'é perso l'istinto. Tutto preparato, tutto imbottigliato nei pantaloni di pelle con maglie larghe e nel traffico cittadino (dannata ZTL).
E a noi, cultori del barismo da insonnia, alla ricerca del dafarsi, e mai soddisfatti di noi, cosa rimane? Guardare, osservare, criticare, e anche un po' invidiare.
Dopotutto per loro la speranza é ancora il venerdì.
Intervista in pillole ai 22esimo Quartiere (biografia), gli artisti che hanno aperto le rassegne di quest'anno di Terapia Infettiva. (a cura di GMM)
GMM: Il vostro genere è l'hip hop. Cosa pensate della scena in Italia e nel mezzogiorno in particolare?
N: Il nostro genere è l'hip hop, ma anche il raggae e il rap. Sulla scena ci sarebbero un sacco di
cose da dire, certo la carriera non la si fa più come all'inizio, facendosi conoscere jam dopo jam. Il successo oggi è legato molto di più alla diffusione via rete, meno selettiva sul piano qualitativo. Al sud la scena è molto attiva specie con la reggae, poi ogni città offre diverse opportunità.
GMM: L'autoproduzione: i pregi e i difetti
N: A dire il vero l'ultimo album è stato prodotto da noi, ma distribuito da una piccola casa
discografica indipendente. Certo rispetto alle major si ottiene una esposizione mediatica molto
minore, e sappiamo che difficilmente un artista viene richiesto se prima non viene pubblicizzato
ualmeno un po'. A marzo abbiamo fondato la nostra etichetta, che è anche un'associazione
culturale. ovviamente facendo tutto da sè la soddisfazione è maggiore, e la nostra intenzione per
il prossimo album è di incidere le tracce anche sul disco fisico, oltre che in digitale. Vorremmo
poter fare della musica il nostro secondo lavoro oltre che una passione.
GMM: Suonate nei centri sociali e scrivete testi impegnati. Come vedete la situazione sociale e
politica in Italia
N: Dal punto di vista politico siamo molto confusi, parlando di partiti. Siamo sicuri di non essere
fascisti, per usare un eufemismo. Crediamo che la musica abbia un importante ruolo culturale.
alcuni artisti pensano che bastino i tg a mostrare alla gente la realtà del paese. Altri credono che
se la tua musica parla di temi sociali allora non può essere rap. Noi siamo di tutt'altro avviso: un
genere che nasce dalla strada non può non raccontare il presente della gente comune. certo,
scegliere argomenti spensierati e rappare rime complicatissime può rivelarsi una migliore scelta
di marketing. Ma quella non è musica, è fumo negli occhi. non mancano certo le eccezioni, anche
tra chi ne vende molti di album, come caparezza, frankie hi energie, brusco..
GMM: Per chiudere, a chi si ispirano i 22° quartiere, chi vorreste essere? N: Della produzione musicale si occupa ris, e se vai ad ascoltare i suoi singoli si vede che è alla
raggae che si ispira. Nel complesso siamo un ibrido di influenze: la nostra è una ''word music''
difficilmente definibile. A noi pare che spinga bene, e anche dall'estero ci arrivano un po' di
apprezzamenti. Pensiamo di essere una buona proposta per chi ascolta la musica con la mente,
oltre che con le orecchie.
Fino a qualche anno fa, se in qualche conversazione si
finiva a parlare di rap me ne uscivo sempre con la classica frase “Non è il
mio genere”. Da allora ho fatto qualche passo avanti: pur rimanendo un
ascoltatore “occasionale”, non lo disdegno, e posso dire di avere anch’io
qualche artista preferito. Fra coloro che ascolto maggiormente posso citare
Kaos One, Clementino, Ghemon, Dargen D’Amico, tutti diversissimi fra loro ma
accomunati dal fatto di scrivere in italiano. Ci tengo a precisarlo perché
penso che nel rap il valore del testo conti più della base musicale, ammesso
che abbia senso fare una graduatoria fra parti che compongono una canzone;
segue naturalmente che un testo scritto nella lingua che si parla
quotidianamente risulti più immediato di un testo in lingua straniera, senza
considerare tutte le insidie che si nascondono dietro la traduzione.
Venerdì
scorso, in occasione della “serata zero” della rassegna di Terapia Infettiva,
ho assistito per la prima volta a una hip hop night. Lungi da me voler fare
semplice pubblicità all’iniziativa (ma poi che male ci sarebbe?), eppure non
posso esimermi dal dire che mi sono davvero divertito. Ammetto di non aver
apprezzato proprio tutto quel che è stato proposto, ma ho sentito cose molto
interessanti. Senza contare che sono rimasto stregato dal momento del
freestyle: è stato uno spettacolo niente male vedere come i vari sfidanti
riuscissero a “sparare” parole a raffica, rigorosamente in rima e con il dovere
di essere incisivi e mai banali, se si voleva riuscire a scalfire l’avversario
e a far presa sul pubblico. Credo di essere molto distante da quel che viene
definita “cultura hip hop”, ma non credo che questo possa fare da deterrente
per avere l’occasione di scoprire musica nuova a cui non si è abituati. Durante
la serata, ho avuto modo di parlare con diversi amici appassionati e molto più
preparati di me sull’argomento: mi hanno spiegato che il rap nasce per lo più
come valvola di sfogo per la rabbia, ma questo non significa che si debba
rinunciare a una certa “eleganza formale” nell’esprimere quel che si prova nei
testi (e qui si ritorna a quanto dicevo prima: la cura per i propri testi
dovrebbe essere un elemento essenziale); mi hanno spiegato che i pregiudizi sul
rap sono numerosi, causa l’immagine che passa tramite i grandi media, e che
spesso ci si ritrova a combattere con una sorta di “retorica” fossilizzata nel
genere stesso. Argomento, quest’ultimo, che mi ha ricordato un po’ la
cosiddetta “retorica del rock”, quella che porta molti ad esclamare “Il rock è
tutto!!!”, “Rock for life!!” e amenità simili: perché sono semprepiù dell’idea che mai come quando si parla di
musica valga il detto “The more you know,
the more you enjoy”, e qui ringrazio la lingua inglese per la sua capacità
di sintesi.