Ho deciso di scrivere questo reportage dopo aver atteso che
arrivasse anche la seconda serata targata “Terapia Infettiva”. Un’attesa
decisamente impaziente, dato il grande successo della prima . Ma andiamo con
ordine.
Venerdì scorso è spettato al veronese Emiliano Merlin, in
arte “unòrsominòre.” (punto compreso), aprire la rassegna musicale. Non potevamo chiedere un’inaugurazione
migliore: con la sola voce e chitarra (e con l’aiuto di qualche
effettistica),il signor unòrsominòre. è riuscito ad
emozionare e a stregare il pubblico, che di certo non è rimasto indifferente di fronte alle parole
dense di significato e mai banali del giovane cantautore. Uno dei suoi pregi è
proprio l’essere riuscito a coniugare “testi impegnati” a un arrangiamento
curatissimo. E, a proposito della prima caratteristica, non è mancata una certa
vena polemica nei confronti di alcuni musicisti italiani rei di aver fatto del
disimpegno la loro cifra stilistica, preferendo essere accattivanti piuttosto
che impegnati. Pregevole anche la scelta
delle cover eseguite dal vivo: brani di Fossati, Gaber, Dalla e persino “Working Class Hero” di John Lennon.
La parola d’ordine per la serata di lunedì è stata invece
“allegria travolgente”: quella che i Boxerin Club sono riusciti a
diffondere dal palco, facendo ballare tutto il pubblico presente. I quattro
ragazzi romani sono davvero molto affiatati fra loro, e ciò emerge anche dai
loro pezzi: il loro è un sound molto curato, soprattutto per ciò che concerne
le parti ritmiche. Molto spesso il batterista veniva “aiutato” dagli altri tre
membri, che smettevano momentaneamente di suonare i loro strumenti per poter
pescare dal loro arsenale di strumenti a percussione maracas, cabasa,
tamburelli, woodblock, o suonare persino bottiglie di birra. Per il gran
finale, l’arsenale è stato distribuito fra il pubblico, che ha aiutato a
chiudere con il massimo coinvolgimento la loro divertitissima e divertentissima
esibizione.
Assolutamente meritevoli anche le band di apertura per le due serate: rispettivamente, i The Fabbrica 2.0 e i Flux Refrain. In sintonia con quel che veniva proposto nelle due serate, i primi hanno dato un taglio cantautorale alla serata di venerdì, e i secondi hanno dato un bell’assaggio di “muro sonoro”.
Anche durante la stesura di questo piccolo reportage, è
risultata evidente la differenza di “proposte” fra le due serate. Volendo
volutamente esagerare, nel giro di quattro giorni sul palco dello Spartaco si
sono alternati due modi molto diversi di concepire e fare musica. Chi era
presente alla serata di unòrsominòre.
ha potuto sentire lo stesso musicista polemizzare contro un certo tipo di
musica spensierata e, a suo dire, volta quasi esclusivamente al desiderio di
accattivare gli ascoltatori (per saperne di più, vi consigliamo di ascoltare il
suo disco). Molto spesso, ad esempio, mi è capitato di sentire o leggere
opinioni molto critiche nei confronti di musicisti che decidono di parlare di
politica nei loro testi. “Musica e politica dovrebbero essere due cose
diverse”, questa una sintesi della lamentela. Memori dell’insegnamento di Jerry Polemica
(se non lo conoscete, shame on you!),
vi proponiamo dunque delle fastidiose domande: quanto è radicale il vostro modo
di intendere la musica? Ammesso che abbia senso porre in questi termini la questione, cercate più la forma o il contenuto? Tradotto: vi fa
storcere il naso quel che viene definita “musica impegnata” o considerate quasi
un dovere morale dei musicisti il contribuire a discutere di temi importanti,
lanciare messaggi politici (nell’accezione pura del termine) e fare informazione?
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