Terapia Infettiva



mercoledì 16 gennaio 2013

Una Terapia senza sosta.



C’è una generazione che è cresciuta con una particolare attrazione verso i Campi Magnetici. Provate a tradurre in inglese e avrete “Magnetic Fields”, creatura musicale di Stephen Merritt, che da molti è considerato un genio della musica pop. La formula vincente del gruppo consiste nel coniugare melodie gradevoli e immediate (senza per questo mancare di originalità) con testi umoristici, minimalisti e raffinati. Una lezione che Marcello e il mio amico Tommaso hanno appreso egregiamente: il gruppo, composto da cinque elementi, dal vivo ricrea perfettamente atmosfere simili, merito anche dell’apporto di violoncello e fiati . Il quintetto ha deciso di proporre pezzi inediti, che si potranno trovare sul disco di prossima uscita e che si distinguono da quanto prodotto in passato perché cantati in italiano, e non ha mancato di ricercare un forte coinvolgimento con il pubblico, arrivando persino a scendere dal palco e suonare fra le persone.




Ad aprire la serata, i PoveroAlbert, anche loro in cinque ma votati a sonorità più sperimentali e, mi si passi il termine, di matrice britannica.



Spostandoci di una settimana e salendo ancora un po’ più su in un’ideale cartina geo-musicale, il 21 dicembre Terapia Infettiva ha ospitato gli A Rainy Day In Bergen , gruppo che, pur essendo nato a Salerno, non presenta certo un suono tipicamente mediterraneo: loro fonte d’ispirazione sono le atmosfere del nord Europa , atmosfere che la loro musica rievoca fedelmente (“come aver vissuto un ordinario giorno di pioggia nell'uggiosa Bergen”). Il loro debutto è avvenuto per una label tedesca, la AF Music, che ha distribuito il loro primo omonimo cd.




L'anno nuovo è poi cominciato mostruosamente bene: venerdì 11 gennaio abbiamo ospitato I Mostri, gruppo che ha già acquistato una certa fama nell'hinterland romano. I quattro ragazzi cantano di storie quotidiane fra le vie della capitale, proponendo un incrocio fra proto-punk e ska, un incrocio esplosivo che ha impedito a tutti di stare fermi. Ad aprire la loro serata, gli Irene a New York, in piena sintonia con lo spirito della serata.




Dopo mesi di attività, possiamo dirci davvero orgogliosi di aver ospitato i vari artisti che hanno animato le serate: Terapia Infettiva è più che felice di aver dato al pubblico della provincia di Caserta (e non solo) una valida risposta alle lamentele di una totale mancanza di offerta musicale in zona e di aver fornito valide alternative, insieme a tante altre piccole realtà che provano a resistere alle banali (il)logiche del mercato.
Ovviamente non abbiamo alcuna intenzione di fermarci: abbiamo tanti bei progetti per questo anno nuovo e vogliamo riuscire a portarli a termine. Prima di fornire un vero e proprio calendario, possiamo anticiparvi la grande prossima serata: sabato 19 sarà infatti la volta di… Nicolò Carnesi! Non mentivamo di certo, quando dicevamo che non ci saremmo fermati. Vi invitiamo a non perdervi queste serate, infettate e fatevi infettare!


giovedì 13 dicembre 2012

Live report: Jocelyn Pulsar (16/11)



La prima cosa che salta alla mente ascoltando i Jocelyn Pulsar è: “Ma quanto suona bene, quella chitarra?”. O, almeno, è ciò che è capitato a me: stando a pochi metri dal palco, ho potuto apprezzare quel timbro quasi lo-fi che fa tanto anni ’90. Eppure ai Jocelyn Pulsar non si può certo applicare un’etichetta di semplice “revival”: sono pienamente calati nell’attualità, e i testi ne sono la conferma. Molteplici le citazioni alle piccole rivoluzioni telematiche occorse negli ultimi anni, elemento che contribuisce a rendere possibile immedesimarsi nelle piccole storie quotidiane narrate con una delicata (e anche malinconica) ironia. Ecco, forse è proprio l’aggettivo “delicata” quello che si potrebbe attribuire alla loro proposta musicale: è stato così anche per la serata, che aveva un’atmosfera quasi “intimista”. Una piacevole sorpresa, senza dubbio.



Ad aprire la serata, gli Irene a New York: decisamente diverso il loro sound, più votato alla new-wave e all’elettronica. Ma di certo non hanno stonato con la serata, visto che anche per loro vale lo stesso discorso dei testi ironici e con ampi riferimenti all’attualità.

lunedì 10 dicembre 2012

"Si ma qui non c'è mai un cazzo!"


Quante volte in giro si sente:" ma qui non si fa mai un cazzo, non c'è mai niente di bello".
In Terra di Lavoro c'è una generazione di annoiati e critici musicali della domenica: stanchi di ritrovarci sempre negli stessi posti,sempre pronti a lamentarci della routine del weekend casertano.
Durante il solito tour "alcolico" tra un cicchetto da "Zì Andrè" e una Peroni Gran Riserva (un modo elegante per farti spendere 4 euro per una Peroni) fuori la flora chiacchieriamo sempre delle solite cose: di musica, di arte di serate e di quanto sia monotono vivere a Caserta e provincia. Tutti colti e buon'intenditori inappagati. Ci viene sempre facile parlare male e non essere soddisfatti della scena musicale casertana:  i mille paragoni con altre città, i vari "uff che palle... solo cover band!". Ma alla fine ci si ritrova sempre negli stessi locali in un fine settimana uguale al precedente, difronte ad una delle mille tribute band di artisti pop italiani.  Purtroppo la cultura del fare i critici musicali e non spostarsi da casa qui è dilagante, perché se cerchi bene le serate con musica di qualità ci sono, ma sono sempre più di nicchia e la loro visibilità viene spesso messa in ombra dalle "grandi serate" con i soliti artisti.
 E' un dato di fatto che nella città della Reggia la gente si sposta sempre e solo per i soliti artisti, la ricerca del nuovo di qualità è quasi inesistente, gli artisti che si fanno apprezzare in giro per l'Italia qui spesso vengono snobbati, ma "l'usato garantito" è sempre in, anche dopo anni e anni e decine di concerti.
Qui oltre che a pubblicare i Radiohead sulla bacheca e le foto dei bicchieri di vino su Instagram si fa poco per migliorare l'ambiente, anche se pochi i posti e le persone che spingono musica nuova e di qualità ci sono.
Radical chic e intellettuali da tastiera,che sia il caso di passare dal digitale di casa all'analogico del volante e del pedale dell'acceleratore?
 Vi aspettiamo,muovetevi un po'...
L'aria fa bene al cervello...

giovedì 6 dicembre 2012

#Terapie Visive 4

MONSIEUR LAZHAR

In una tranquilla scuola elementare nella nevosa Montreal una maestra si suicida. Lo fa in classe, sapendo di essere vista dai suoi alunni, in primis dal suo alunno più tormentato. Perché lo ha fatto? Come reagire a quello che viene percepito come assurdo, ingiusto?




Si sa, il lutto obbliga a dire, ogni mese escono film e libri che cavalcano questi dolori immotivati per poterne ottenere un facile effetto sul pubblico, tranquillo nel ritenere che certe cose succedono solo agli altri, in attesa del finale strappalacrime. Questo film mostra come viene vissuta la tragedia dai bambini della classe della maestra, focalizzandosi su due di loro. Si presenta, come supplente, un immigrato algerino in fuga dalla sua terra, in attesa della cittadinanza canadese. Nonostante l’imput della scuola sia quello di rimuovere ipocritamente ogni ricordo della tragedia, Monsieur Lazhar prova ad affrontare, coi suoi alunni, questo ricordo. Ha anche lui qualcosa da superare, e il suo è un atteggiamento non paternalistico, ma da vittima a vittima. Paradigmatico è il suo impegno a svolgere i compiti che assegna e ad accettare il giudizio della classe. Insegna e nello stesso tempo impara che per avere risposte è necessario porsi domande, che i sentimenti devono essere vissuti e non affrontati come fossero patologie, che i fatti accadono anche se si tengono chiusi gli occhi, che il dolore non è un incidente di percorso, che la morte non si cancella dipingendo le pareti e organizzando festicciole. Nel cercare di evitare patetismi, il film si sofferma sui dettagli, sul non-detto. Il suicidio di una donna non può essere spiegato, non c’è nulla da dire. Restano i vivi, e davvero il maestro, e i due bambini protagonisti, vivono un percorso di cambiamento, che li lega al di là delle separazioni. Il maestro ama raccontare una favola su una crisalide che vuol diventare farfalla: riuscirà mai a diventarlo? Alla mia sinistra c’era una tenera coppia, lei gli baciava le mani, abbandonandosi a lui. Aveva la stessa montatura degli occhiali, gli stessi lunghi capelli lisci castani, gli stessi abiti beige di un’altra persona, un fallimento personale. Credere fosse lei ha distratto dai lancinanti attimi finali del film, e ricordato che qualunque sia la portata di un film, c’è sempre la vita, quella vera.




Luigi Bracciale

martedì 27 novembre 2012

#Terapie Visive 3

LA PECORA NERA di ASCANIO CELESTINI

“Mi ricordo la barzelletta dei due matti che scappano dal manicomio, il manicomio protetto da cento cancelli. Saltano il primo, il secondo, il terzo, corrono, corrono... Al novantanovesimo dicono: «Basta, siamo stanchi, torniamo indietro, sarà per la prossima volta»”.


C’è tutta l’amara ironia, tipica dei suoi monologhi, in questa storiella in fuori campo che apre il film diretto e interpretato da Ascanio Celestini. Il suo personaggio da trent’anni vive in manicomio, ma non c’è entrato da matto. Il suo unico impegno è quello di accompagnare la suora al supermercato, e la sua unica compagnia Nicola, con cui conta i peti continui della suora, e che gli confida le sue ossessioni sessuali sulle “donne che leccano gli uomini nudi”. E c’è un passato che non passa mai, a cui ritornare sempre con la memoria, a partire dalla nonna che portava a tutti le uova fresche “appena uscite dal culo della gallina”, e tutto quello che l’ha portato lì, in questo luogo dove “il disordine del cervello si cura con l’ordine dell’istituto”, a detta delle infermiere, entusiaste della nuova tecnica dei favolosi anni ’60 per curare i matti, l’elettroshock. Ora è matto perché non ha speranza, la speranza di essere qualche altra cosa. E’ sempre stato chiuso da qualche parte. Tutto il suo percorso è un tentativo di uscire dalle sabbie mobili della famiglia e dell’istituto. Con un forte uso della voce fuori campo, in un continuo andirivieni di passato e presente, si svela la figura del matto, che voleva solo “essere Tarzan, che sa quattro parole e ama Jane”, essere Tarzan per conquistare Marinella, che è bellissima, e che ora rivede nel supermercato, e chissà se troverà le parole giuste per conquistarla, se il passato si può recuperare. E chissà se riuscirà a scavalcare l’ultimo cancello, per camminare nei verdi prati, perché, come dice un altro matto, inebetito sulla sedia, “Come è possibile, mi domando a volte, camminare sui prati verdi e avere l'animo triste? Essere immersi nel caldo del sole, mentre tutto d'intorno sorride... e avere l'angoscia nel cuore?




Luigi Bracciale

sabato 17 novembre 2012

#Terapie Visive 2


UN  CUENTO  CHINO ( un racconto cinese), 

Diretto dall’argentino Sebastián Borensztein, e tradotto in italiano in COSA PIOVE DAL CIELO,  è vincitore del Festival di Roma 2011. 

Il preludio è ambientato in Cina. Una coppia di innamorati trascorre un piacevole pomeriggio in una piccola barca sul lago. Mentre lui si appresta a donarle l’anello di fidanzamento, una mucca piove dal cielo uccidendo la donna. 
È l’irrompere dell’assurdo, del non-senso. Lo diceva bene David Foster Wallace, “succedono cose davvero terribili. L'esistenza e la vita spezzano continuamente le persone in tutti i cazzo di modi possibili e immaginabili”.
 Questo avviene anche in Argentina, dove si svolge il resto della storia. Vittima dell’assurdo è Roberto, proprietario di un negozio di ferramenta a Buenos Aires. Di lui non si sa nulla, vengono solo mostrati gli effetti della sua immeritata solitudine. Va a dormire ogni sera alle 23( attende ossessivamente lo scoccare di quell’ora per spegnere le luci), conta le viti che ha richiesto al suo fornitore una per una, esasperandosi nel trovarne sempre in numero inferiore, non accoglie l’amore di una donna pazzamente innamorata di lui, una felliniana Muriel Santa Ana.
 Come molte persone sole, è burbero e metodico, e colleziona articoli di giornali di tutto il mondo che raccontano di notizie assurde. Dal mondo da cui lui si ritrae però piove dal cielo  uno sconosciuto cinese, che solo gli spettatori sanno essere la sfortunata vittima del preludio, arrivato in Argentina per ritrovare lo zio. Roberto lo accoglie in casa, ma la goffaggine dell’ospite, e l’impossibilità di comunicazione rendono impossibile la convivenza. 
Comincia qui il percorso di queste due solitudini che dà al film il sapore di una favola. È un percorso che porterà Roberto, ben interpretato da Ricardo Darìn, indimenticato protagonista de “Il segreto dei suoi occhi”,  a fare i conti col suo passato, in una sorta di film di formazione.
 Per quanto il finale lasci a desiderare, i personaggi restano ben impressi, e per quanto surreale, ogni cosa è davvero illuminata dallo scorrere delle scene. A chi trova questo film superficiale, va detto che se il cinema è darsi una seconda possibilità, se è immaginare di vivere ciò che non è possibile avvenga nella realtà, questo è un film riuscito. 


Luigi Bracciale

giovedì 15 novembre 2012

Intervista ai Boxerin Club




Prima del live dei Boxerin Club li abbiamo raggiunti e abbiamo fatto loro qualche domanda riguardo il loro progetto.





Salve ragazzi, diteci un po’ come sono nati i Boxerin Club, parlateci di voi, cosa vi piace, a cosa vi ispirate.
I boxerin club nascono con un’altra formazione 3 anni fa che non comprendeva Gabriele che è il nostro attuale chitarrista che è subentrato 3 anni fa. Abbiamo fatto una demo molto alla buona appena è arrivato lui. Dopo abbiamo fatto un ep che si chiama Tick Tock (Here it comes) (potete scaricarlo qui in free download http://boxerinclub.bandcamp.com/ ndr) con questa neonata etichetta di Roma che si chiama Bomba Dischi. Abbiamo finito in questi giorni, a sei\sette mesi dall’uscita, la prima mandata di copie ed è andato veramente bene.
 I nostri modelli sono molto eterogenei, i beatles e la musica pop. Ultimamente ascoltiamo molta musica latinoamericana, molta word music , cantautori come Gilberto Gil o Paul Simon. Ci piace anche molto il folk dei Grizzly Bears e i Fleet Floxes.
Avete nominato Bomba Dischi, la vostra etichetta, come si sta con un’etichetta così giovane, guidata da giovanissimi?
Bomba è una bomba, Davide è una persona molto attiva, il fatto che ci sia poca differenza d’età , ci mette a nostro agio e ci permette di poter dire molto liberamente le cose che pensiamo  e riteniamo opportune. È importante anche nello scenario che c’è a Roma, dove convivono tantissime etichette indie ,come 42 Records, che trovano pane per i loro denti e si sa che quando vi è concorrenza c’è maggiore cura per il prodotto finale…
Mi parlate di Roma, come la vivete la “scena romana” e più in generale quella italiana?
A Roma vi è una scena molto underground ma è molto viva. Esistono parecchi gruppi validi. Non ci aspettavamo di trovare un ambiente così in fermento. Certo fa piacere per certi versi però  forse il territorio e il pubblico romano, ma in generale italiano, non è preparato per una presenza così massiva di gruppi e si corre quindi il rischio che si crei un enorme calderone e capita che proposte valide si perdano in questa “selva” di gruppi.
In conclusione quindi bisogna essere sempre molto attivi e molto attenti… Come continueranno i Boxerin Club, dove li vedremo?
Guarda, nell’immediato, puntiamo fare un disco il prima possibile, stiamo scrivendo parecchi pezzi nuovi che di sicuro finiranno nel disco, di cui non sappiamo ancora granchè. Comunque cerchiamo di non rimanere fermi, cercheremo di migliorare il nostro sound. Avremmo, inoltre, in mente di far uscire un nuovo ep in acustico a breve, l’album vero uscirà penso dopo la prossima estate.
Il nostro obbiettivo finale, il nostro sogno è quello di riuscire arrivare all’estero ed è anche il motivo per  il quale cantiamo in inglese, in ogni caso la scena in Italia è piuttosto prolifica e perciò è un bene poter partire da qui. All’estero sono molto più avanti di noi ma puntiamo lì e cerchiamo di crescere in quel senso.
Bene ragazzi, grazie mille, in bocca al lupo per il live e tutto il resto, un grosso augurio da Terapia Infettiva.
Grazie a voi che siete dei ragazzi giovanissimi e incredibilmente impegnati, in bocca al lupo per le vostre attività.


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