La prima cosa che salta alla mente ascoltando i Jocelyn Pulsar è: “Ma quanto suona bene, quella chitarra?”. O, almeno, è ciò che è
capitato a me: stando a pochi metri dal palco, ho potuto apprezzare quel timbro
quasi lo-fi che fa tanto anni ’90. Eppure ai Jocelyn Pulsar non si può certo
applicare un’etichetta di semplice “revival”: sono pienamente calati
nell’attualità, e i testi ne sono la conferma. Molteplici le citazioni alle
piccole rivoluzioni telematiche occorse negli ultimi anni, elemento che contribuisce
a rendere possibile immedesimarsi nelle piccole storie quotidiane narrate con
una delicata (e anche malinconica) ironia. Ecco, forse è proprio l’aggettivo
“delicata” quello che si potrebbe attribuire alla loro proposta musicale: è
stato così anche per la serata, che aveva un’atmosfera quasi “intimista”. Una
piacevole sorpresa, senza dubbio.
Ad aprire la serata, gli Irene a New
York: decisamente diverso il loro sound, più votato alla new-wave e
all’elettronica. Ma di certo non hanno stonato con la serata, visto che anche
per loro vale lo stesso discorso dei testi ironici e con ampi riferimenti
all’attualità.
Quante volte in giro si sente:" ma qui non si fa mai un cazzo, non c'è mai niente di bello".
In Terra di Lavoro c'è una generazione di annoiati e critici musicali della domenica: stanchi di ritrovarci sempre negli stessi posti,sempre pronti a lamentarci della routine del weekend casertano.
Durante il solito tour "alcolico" tra un cicchetto da "Zì Andrè" e una Peroni Gran Riserva (un modo elegante per farti spendere 4 euro per una Peroni) fuori la flora chiacchieriamo sempre delle solite cose: di musica, di arte di serate e di quanto sia monotono vivere a Caserta e provincia. Tutti colti e buon'intenditori inappagati. Ci viene sempre facile parlare male e non essere soddisfatti della scena musicale casertana: i mille paragoni con altre città, i vari "uff che palle... solo cover band!". Ma alla fine ci si ritrova sempre negli stessi locali in un fine settimana uguale al precedente, difronte ad una delle mille tribute band di artisti pop italiani. Purtroppo la cultura del fare i critici musicali e non spostarsi da casa qui è dilagante, perché se cerchi bene le serate con musica di qualità ci sono, ma sono sempre più di nicchia e la loro visibilità viene spesso messa in ombra dalle "grandi serate" con i soliti artisti.
E' un dato di fatto che nella città della Reggia la gente si sposta sempre e solo per i soliti artisti, la ricerca del nuovo di qualità è quasi inesistente, gli artisti che si fanno apprezzare in giro per l'Italia qui spesso vengono snobbati, ma "l'usato garantito" è sempre in, anche dopo anni e anni e decine di concerti.
Qui oltre che a pubblicare i Radiohead sulla bacheca e le foto dei bicchieri di vino su Instagram si fa poco per migliorare l'ambiente, anche se pochi i posti e le persone che spingono musica nuova e di qualità ci sono.
Radical chic e intellettuali da tastiera,che sia il caso di passare dal digitale di casa all'analogico del volante e del pedale dell'acceleratore?
Vi aspettiamo,muovetevi un po'...
L'aria fa bene al cervello...
In una tranquilla scuola elementare nella nevosa
Montreal una maestra si suicida. Lo fa in classe, sapendo di essere
vista dai suoi alunni, in primis dal suo alunno più tormentato. Perché
lo ha fatto? Come reagire a quello che viene percepito come assurdo,
ingiusto?
Si sa, il lutto obbliga a dire, ogni mese escono
film e libri che cavalcano questi dolori immotivati per poterne ottenere
un facile effetto sul pubblico, tranquillo nel ritenere che certe cose
succedono solo agli altri, in attesa del finale strappalacrime. Questo
film mostra come viene vissuta la tragedia dai bambini della classe
della maestra, focalizzandosi su due di loro. Si presenta, come
supplente, un immigrato algerino in fuga dalla sua terra, in attesa
della cittadinanza canadese. Nonostante l’imput della scuola sia quello
di rimuovere ipocritamente ogni ricordo della tragedia, Monsieur Lazhar
prova ad affrontare, coi suoi alunni, questo ricordo. Ha anche lui
qualcosa da superare, e il suo è un atteggiamento non paternalistico, ma
da vittima a vittima. Paradigmatico è il suo impegno a svolgere i
compiti che assegna e ad accettare il giudizio della classe. Insegna e
nello stesso tempo impara che per avere risposte è necessario porsi
domande, che i sentimenti devono essere vissuti e non affrontati come
fossero patologie, che i fatti accadono anche se si tengono chiusi gli
occhi, che il dolore non è un incidente di percorso, che la morte non si
cancella dipingendo le pareti e organizzando festicciole. Nel cercare
di evitare patetismi, il film si sofferma sui dettagli, sul non-detto.
Il suicidio di una donna non può essere spiegato, non c’è nulla da dire.
Restano i vivi, e davvero il maestro, e i due bambini protagonisti,
vivono un percorso di cambiamento, che li lega al di là delle
separazioni. Il maestro ama raccontare una favola su una crisalide che
vuol diventare farfalla: riuscirà mai a diventarlo? Alla mia sinistra
c’era una tenera coppia, lei gli baciava le mani, abbandonandosi a lui.
Aveva la stessa montatura degli occhiali, gli stessi lunghi capelli
lisci castani, gli stessi abiti beige di un’altra persona, un fallimento
personale. Credere fosse lei ha distratto dai lancinanti attimi finali
del film, e ricordato che qualunque sia la portata di un film, c’è
sempre la vita, quella vera.