Terapia Infettiva: #Terapie Visive 4



giovedì 6 dicembre 2012

#Terapie Visive 4

MONSIEUR LAZHAR

In una tranquilla scuola elementare nella nevosa Montreal una maestra si suicida. Lo fa in classe, sapendo di essere vista dai suoi alunni, in primis dal suo alunno più tormentato. Perché lo ha fatto? Come reagire a quello che viene percepito come assurdo, ingiusto?




Si sa, il lutto obbliga a dire, ogni mese escono film e libri che cavalcano questi dolori immotivati per poterne ottenere un facile effetto sul pubblico, tranquillo nel ritenere che certe cose succedono solo agli altri, in attesa del finale strappalacrime. Questo film mostra come viene vissuta la tragedia dai bambini della classe della maestra, focalizzandosi su due di loro. Si presenta, come supplente, un immigrato algerino in fuga dalla sua terra, in attesa della cittadinanza canadese. Nonostante l’imput della scuola sia quello di rimuovere ipocritamente ogni ricordo della tragedia, Monsieur Lazhar prova ad affrontare, coi suoi alunni, questo ricordo. Ha anche lui qualcosa da superare, e il suo è un atteggiamento non paternalistico, ma da vittima a vittima. Paradigmatico è il suo impegno a svolgere i compiti che assegna e ad accettare il giudizio della classe. Insegna e nello stesso tempo impara che per avere risposte è necessario porsi domande, che i sentimenti devono essere vissuti e non affrontati come fossero patologie, che i fatti accadono anche se si tengono chiusi gli occhi, che il dolore non è un incidente di percorso, che la morte non si cancella dipingendo le pareti e organizzando festicciole. Nel cercare di evitare patetismi, il film si sofferma sui dettagli, sul non-detto. Il suicidio di una donna non può essere spiegato, non c’è nulla da dire. Restano i vivi, e davvero il maestro, e i due bambini protagonisti, vivono un percorso di cambiamento, che li lega al di là delle separazioni. Il maestro ama raccontare una favola su una crisalide che vuol diventare farfalla: riuscirà mai a diventarlo? Alla mia sinistra c’era una tenera coppia, lei gli baciava le mani, abbandonandosi a lui. Aveva la stessa montatura degli occhiali, gli stessi lunghi capelli lisci castani, gli stessi abiti beige di un’altra persona, un fallimento personale. Credere fosse lei ha distratto dai lancinanti attimi finali del film, e ricordato che qualunque sia la portata di un film, c’è sempre la vita, quella vera.




Luigi Bracciale

Nessun commento:

Posta un commento